Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani (Antonio Gramsci)

mercoledì 17 novembre 2021

QUANDO I DATI NON TORNANO

 • people who are fully vaccinated may be more health conscious and therefore more likely to get tested for COVID-19 and so more likely to be identified as a case (based on the data provided by the NHS Test and Trace)

• many of those who were at the head of the queue for vaccination are those at higher risk from COVID-19 due to their age, their occupation, their family circumstances or because of underlying health issues

• people who are fully vaccinated and people who are unvaccinated may behave differently, particularly with regard to social interactions and therefore may have differing levels of exposure to COVID-19

• people who have never been vaccinated are more likely to have caught COVID-19 in the weeks or months before the period of the cases covered in the report. This gives them some natural immunity to the virus for a few months which may have contributed to a
lower case rate in the past few weeks
fonte: UK Health Security Agency (UKHSA
Queste considerazioni dell'ultimo rapporto UKHSA hanno senso solo se si deve giustificare UN ALTO NUMERO DI CONTAGIATI TRA I VACCINATI. Esaminiamole una per una: 
1 secondo questa considerazione (che contraddice in parte la terza), tra i vaccinati ci sarebbero molti veri e propri maniaci della salute che si sottopongono a frequenti tamponi, aumentando le probabilità di essere classificati come positivi; (messa al primo posto sembra un po' ridicola); 
2 i primi ad essere stati vaccinati sono stati i soggetti per varie ragioni più a rischio (che, evidentemente, il vaccino non ha tutelato sufficientemente); 
3 questa è interessante, ci sarebbero comportamenti sociali differenti tra non vaccinati e vaccinati, che espongono questi ultimi al contagio; 
4 questa è la più interessante di tutte perché ipotizza che ci sia un'alta probabilità che molti non vaccinati abbiano contratto e superato il virus, acquisendo una sia pur momentanea immunizzazione.
Da notare che, ragionando sulla considerazione 3, il green pass, inducendo false sicurezze, può rivelarsi uno strumento pericoloso. La considerazione 4, invece, ci dice che dai non vaccinati arrivano molti morti, ma anche la vera immunità di gregge (modello danese), strategia imperseguibile per le INADEGUATEZZE DEL SISTEMA SANITARIO, che non reggerebbe l'urto.

lunedì 23 agosto 2021

KING KONG E' MORTO A KABUL

 

Il 16 Luglio 2021. Nel Centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese si è svolta la Conferenza Internazionale da remoto dei partiti comunisti di tutto il mondo.

Nell'introduzione alla seconda parte del convegno si dichiarò esplicitamente che al di là dell'evento celebrativo si intendeva dar vita, nell'immediato futuro, a una sorta di struttura permanente di consultazione tra i vari partiti comunisti.

Cosa vuol dire, in una situazione di socialismo in un paese solo la costituzione di una sorta di Kominform?

Significa molte cose, ma la principale è che segna la fine della politica di basso profilo della Cina sul piano politico internazionale.

Nella stessa introduzione si dichiarava esplicitamente che il monopolio ideologico, economico e politico dell'occidente cedeva terreno di fronte al nuovo polo rappresentato dall'oriente.

Tradotto in soldoni ciò significava che la Repubblica Popolare Cinese affermava la propria volontà a svolgere il proprio ruolo di potenza regionale in Asia (ma non solo).

Non bisogna trascurare altri segnali: non molto dopo la conferenza il PCC imponeva una robusta correzione a quella che si potrebbe chiamare la NEP cinese, riallocando ingenti risorse dal privato allo Stato, e l'accumulazione in un paese socialista è sempre un pessimo segnale per i banchieri di Wall Street e i loro satelliti.

Il nuovo corso di Pekino si è rivelato con chiarezza nei giorni scorsi, quando a Kabul abbiamo assistito in replica a ciò che avevamo già visto all'Avana e a Saigon, la disperata fuga dei fantocci yankee, che lasciavano disperatamente a terra i propri tirapiedi, preferendo salvare, al loro posto, più utili sacchi di dollari.

Di fronte all'istantanea e incontenibile riapparizione dei Talebani, l'occidente ha avuto tempi di reazione estremamente lenti, ma soprattutto ha difficoltà a scatenare con la dovuta tempestività la strategia mediatica della caccia al mostro.

La caccia al mostro è un trucco vecchio. Già quando nel centro di Londra, a Whitechapel, si campava più di laudano e prostituzione infantile, che di pane e lavoro, e si lasciava campo libero all'hobby di Jack lo Squartatore, le buone dame inglesi preferivano costituire comitati per la redenzione dell'Africa selvaggia, pagana e cannibale. Le idee di queste buone signore, che erano funzionali a quelle mire di massacro, sfruttamento e saccheggio delle risorse che poi si concretizzarono nel colonialismo, si basavano sull'illusione che ci fosse qualcosa di vero (un dio, una morale, una civiltà) da opporre al falso e all'aberrante. Naturalmente tutto il vero era un prodotto occidentale.

Ci vollero gli anni 60 del XX secolo per scoprire che quel residuato di Illuminismo era una panzana e che aveva anche un nome, etnocentrismo.

Ma a quei tempi c'era l'URSS. Poi, come si sa, morto il gatto i topi tornano a ballare.

Così bastò un attimo per trasformare da un giorno all'altro gli eroici Talebani che avevano tenuto in scacco i Sovietici, in una banda di predoni sanguinari, sadici e fanatici, applicando loro, collettivamente, l'identikit a suo tempo forgiato per Beria.

Adesso, però, il trucco stenta a funzionare, perché a metterci becco in quell'area ci sono i Cinesi e un po' di prudenza è d'obbligo.

Se ne avvantaggeranno in molti, a cominciare dalla Siria, ma anche, forse, più vicino a noi, dove forse qualche patriota incomincia a far calcoli sulla mole di traffico sopportabile dall'aeroporto di Kiev.

Ma qualcosa ci guadagniamo anche noi, come le zitelle inglesi dovettero abbandonare i sogni di evangelizzazione dell'Africa per mettersi a cucinare la minestra per i poveri, così anche qua qualche maîtresse à penser, pronta a indignarsi per lo stupro culturale rappresentato da una volante della polizia e un paio di assistenti sociali, calati in un campo Rom per accertare le condizioni in cui vivono donne e bambini, ma altrettanto certe che in Afganistan ci vogliono i carrarmati e i cacciabombardieri, torneranno a scrivere ricette su Annabella.

Ci vorrà un po', ma sarà così.

  


martedì 15 giugno 2021

PERSICHETTI E' DA IMBAVAGLIARE E DUNQUE FACCIAMO PARLARE PERSICHETTI 2

 

Lo storico Marco Clementi, «Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70»


Quando il terremoto distrusse Amatrice e gli altri comuni vicini ero lì con la mia famiglia. Paolo Persichetti e la sua erano partiti da qualche giorno e quella mattina avremmo dovuto incontrarci in Umbria. Stavamo lavorando a un libro sul caso Moro e più in generale sugli anni della lotta armata in Italia assieme alla prof.ssa Elisa Santalena, che vive in Francia, e anche durante il periodo estivo ci si incontrava per consultarci. Paolo aveva fatto un lavoro egregio in Archivio di Stato, a Roma, quartiere Eur, dove era stata depositata una mole enorme di documentazione proveniente dalla PS, dai carabinieri, dai servizi (direttive Prodi e Renzi), passando intere settimane a leggere, ordinare e creare un suo inventario di carte che era il primo studioso in Italia a vedere.
Il mio archivio, che contiene documenti provenienti un po’ da tutto il mondo e in molte lingue straniere, si trovava a Capricchia, la frazione di Amatrice da dove è originario mio padre, mentre mia nonna era di Accumoli, tanto per non farci mancare nulla quella notte. Saputo della tragedia, Paolo corse con un amico. La casa, che avevamo ristrutturato da pochi anni, aveva tenuto. Entrammo e con calma, nei giorni successivi, nei momenti in cui non dovevamo provvedere all’ennesima emergenza, mettemmo in salvo l’archivio e circa mille libri, che avevo portato per aprire una biblioteca in paese. Pensavo, all’epoca, che la comunità dove ero nato meritasse un luogo di cultura, sebbene fossero rimasti in pochi a vivere stabilmente tra i Monti della Laga. E lo pensava anche Paolo, per quella che è ormai diventata la sua comunità di adozione.
Di adozione sua e della sua famiglia, con il piccolo Sirio, un bambino che adesso tutti conoscono come il “capo” dei Tetrabondi, un bambino con una forza e di una intelligenza rare, che sta superando ogni difficoltà che la vita gli ha posto di fronte fin dal ventesimo giorno dalla nascita grazie alle sue qualità e al lavoro instancabile dei suoi genitori.
Il dott. Persichetti è un grande papà. Poco mi importa che sia un docente mancato in Francia a causa della sua estradizione e che abbia passato anni in carcere. Resta tra i migliori ricercatori che abbia mai incontrato in quella che, purtroppo, può oramai definirsi una lunga carriera. Chi mi conosce lo sa: ne stimo pochi, con ancora meno parlo. Paolo Persichetti è un uomo colto, acuto, meticoloso (molto più di me), capace di ragionare da storico, politologo e sociologo (molto meglio di me), instancabile lettore di lavori altrui, con una straordinaria capacità di giudizio critico e in grado di tornare sui propri errori. Il suo italiano, poi, è tra i migliori sulla piazza storica. È un cercatore di risposte a domande storicamente fondate e sarebbe in grado di tenere un ottimo corso sugli anni Sessanta e Settanta in qualunque università del mondo.
Qualcuno ha parlato, per la perquisizione della sua casa avvenuta l’8 giugno 2021, di attacco alla ricerca storica. Mica gli storici ufficiali, quelli delle organizzazioni scientifiche e dell’accademia. Quelle e quelli credo non diranno una parola in merito. Li conosco e non mi faccio illusioni. Paolo non è considerato un pari. Tra l’altro la ricerca storica non è una persona. Anzi, non so bene proprio di cosa si tratti. Non so cosa sia la storia, non so cosa sia il passato, il presente, un fatto, un avvenimento. Provate a chiederlo a decine di storiche e di storici. Ognuno darà una risposta differente, spesso vaga, a volte incomprensibile. La questione, allora, riguarda le ricerche proprio del dott. Persichetti. Le sue ricerche, non quelle di chiunque altro. Quelle di uno dei migliori, se non il migliore, studioso del caso Moro. In grado di aprire le contraddizioni e stanare le dietrologie basate sul nulla, di mettere in fila le deduzioni che diventano per miracolo “realtà” e di porre infine il quesito dei quesiti in maniera chiara: se si chiede verità ancora oggi, dopo 40 anni, i processi che hanno condannato decine di persone all’ergastolo o a centinaia di anni di carcere, che cosa hanno detto?
Come se la verità fosse un punto fermo in qualche parte del cosmo e servissero solo le chiavi giuste per aprire la porta che la custodisce. Come se la presenza, ingombrante, di storico o storica non fosse determinante nel maneggio personale e soggettivo delle carte. Come se il soffio che regolarmente passiamo sulla polvere del passato, non scoprisse il nulla che oggi resta e non ci chiedesse, a noi che ci assumiamo la responsabilità di raccontare, di dire esclusivamente la nostra. La verità storica non esiste. Esistono gli uomini e le donne e le loro opere. Paolo è uno di loro. Nelle sue carte e nei computer gli inquirenti troveranno risposte storiografiche solide, ben strutturate, chiare. Troveranno il riflesso di quello che ho potuto osservare in tutti gli anni nei quali abbiamo lavorato insieme e anche se da tempo ho scelto di non occuparmi più di di lotta armata in maniera professionale, ci consultiamo, leggo ancora parte delle cose che scrive, continuo a essere una presenza nella sua vita di studioso, oltre che in quella privata. Credo di aver imparato da lui, come lui ha imparato da me. Ma è arrivato il momento che il dott. Persichetti sia riconosciuto non come un ex, ma per quello che è: un ottimo storico, il migliore sul caso Moro e la storia delle Br. Per distacco.

lunedì 14 giugno 2021

PERSICHETTI E' DA IMBAVAGLIARE E DUNQUE FACCIAMO PARLARE PERSICHETTI 1

 Da oggi ritrasmetto i post di INSORGENZE.

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.

La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.

L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.

Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.

venerdì 12 giugno 2015

Vostra eccellenza

La mediocrità borghese del primo della classe o del capufficio si spaccia, in questo disgraziato paese, per eccellenza.
Stereotipo di questa categoria di dottissimi idioti è, il tuttora inutilmente vivente professor Mario Monti.
Questo pezzo di cretino, un modesto contabile servo di volontà altrui, è stato dipinto, da una stampa ancor più servile e prona, come una specie di genio e salvatore della patria.
In realtà il laido personaggio, digiuno dei più elementari rudimenti di dottrina politica, e animato unicamente dalla volontà di servire gli interessi del capitale finanziario, non ne ha imbroccata una.

  • i suoi provvedimenti sulle pensioni sono stati dichiarati incostituzionali
  • analogamente appare incostituzionale il blocco dei contratti del pubblico impiego
  • sono invece invece contrari alla normativa europea i suoi provvedimenti tesi a rendere la banca obbligatoria per tutti, spacciati per norme antiriciclaggio (che in nessun modo servirebbero a contrastarlo).  
Fior di istituzioni gli hanno dato dunque la patente di cretino e di mascalzone che si è meritata. Ma noi continuiamo a tenercelo come senatore a vita.
Andrebbe linciato.

venerdì 1 maggio 2015

Potenza dell'impotenza


Un effetto l'hanno ottenuto, quello di legittimare, nel senso comune generale, l'aberrante dichiarazione di Alfano che ha testualmente detto che molti delinquenti sono stati preventivamente fermati, con ciò facendo piazza pulita non solo del garantismo puntualmente assicurato alla malavita di stato, ma anche delle più elementari norme di diritto che escluderebbero che si possa essere delinquenti prima di delinquere. Questa generalizzazione preventiva potrà essere estesa a chiunque e non si mancherà di farlo.
Ma il punto, ovviamente non è questo, ma la semplice constatazione che qualcuno si ostina a alzare i livelli di scontro a prescindere dai rapporti di forza concreti.
Il proletariato non può adottare la tattica militare della sua controparte senza andare incontro a una sconfitta certa.
Non occorre essere von Clausewitz per comprendere che nello spostamento di reparti da un capo all'altro della penisola, a seconda delle necessità, lo stato è vincente su qualsivoglia organizzazione di black block.
Il proletariato non vince con truppe aviotrasportate, ma con il controllo permanente del territorio che passa attraverso la costruzione di una rete di sostegno e solidarietà per la quale è necessario un paziente lavoro politico di lunga lena.
Senza questo, le volatili vittorie di qualche radiosa giornata non possono che ritorcersi puntualmente sugli strati popolari, non solo per l'aumento in ragione geometrica della inevitabile repressione, ma soprattutto per la totale messa in mora di ogni loro ragione, sopraffatta dall'egemonia dell'avversario anche all'interno della classe stessa.

Detto questo, non si può non convenire che l'associazione del tema della fame nel mondo con le vetrine expo delle multinazionali costituisce una provocazione grave.
Diciamo di più, questo indegno festival dell'ipocrisia è la riproposizione, fuori tempo massimo, di una dottrina che pensavamo in ritirata e che invece torna all'attacco, quella per cui bisogna riempire ben bene il piatto dei ricchi perché i poveri possano nutrirsi delle briciole che ne cadono.  
Perfino il messaggio del papa per l'inaugurazione dell'Expo sembra ammiccare a questa nefanda teoria di cui, in futuro, dovremo vergognarci come di Auschwitz.
La misura della ributtante ipocrisia che c'è dietro tutto questo, ce la fornisce Pisapia, supposta voce della Milano democratica, che esterna indignazione davanti alla Scala, mentre dietro le sue spalle sfila ingioiellata e in ghingheri la crema di Milano e dell'Italia, decisa, per combattere la fame del mondo, al sacrificio di assistere alla Turandot, sfoggiando toilettes costose come l'intero PIL del Burkina Fasu.
Comprendiamo dunque benissimo, ma senza giustificarlo, che si possa essere indotti a rispondere con un'esplosione di violenza che è, però, implicita ed evidente ammissione di impotenza politica e modesto risarcimento simbolico di una sconfitta vissuta come irreversibile.
Ma la sconfitta non è irreversibile se si avrà l'avvertenza di non prendere scorciatoie e costruire il solo strumento che potrà organizzare e condurre la lotta definitiva e finale di una classe contro l'altra: il Partito Comunista.


domenica 26 aprile 2015

La verità sulla brigata ebraica

Sul treno, verso la manifestazione del 25 aprile.
Due signore, due file più avanti, ci stanno andando anche loro, parlano della Brigata Ebraica, in relazione alle polemiche anticipate dalla stampa, e dal tenore del loro colloquio, comprendo che sono convinte che sia stata una brigata partigiana formata da ebrei.

Non è così, era un unità militare del corpo di spedizione britannico e venne istituito nel settembre del 1944 dopo una lunga trattativa fra i rappresentanti del movimento sionista, l’Agenzia sionista e il governo britannico, presieduto dal 1940 da Winston Churchill, governo inizialmente non favorevole alla costituzione di una unità militare esclusivamente ebraica. Fu ufficialmente chiamata Jewish Infantry Brigade Group.
La Brigata sionista non comprendeva ebrei italiani, essendosi costituita nella Palestina del mandato britannico. Ne facevano parte ebrei provenienti dalla Palestina storica che sarebbe poi diventata l’attuale Israele e di ebrei  provenienti da altri paesi del Commonwealth britannico, Canada, Australia, Sud Africa e di ebrei di origine polacca e russa. 
Mi intrometto e spiego. Faccio notare, anche, che è l'unica unità, delle tante dell'armata alleata, che partecipa alla sfilata.
Restano interdette, ma hanno una risposta di riserva: Comunque, se hanno sempre partecipato alla manifestazione, hanno diritto di venirci ancora.
Le disilludo, la Brigata Ebraica partecipa alla manifestazione solo dal 2004, data in cui si suppone che la maggior parte dei suoi componenti fosse ormai estinta. Le invito a riflettere sulle probabili ragioni politiche di questa scelta estemporanea. 
Ma invano, il circuito mentale Auschwitz/Ebrei esclude quello Palestina/Israele.
Ma sulle ragioni politiche lascio la parola all'Associazione amici d'Israele:
Il 25 aprile 2004 è una giornata che noi soci ADI stenteremo a dimenticare. Da anni eravamo stanchi di partecipare (come singoli individui) ai festeggiamenti della Liberazione circondati da bandiere palestinesi. Due anni fa poi, il nostro Segretario Generale Davide Romano lanciò l'idea, subito accolta, di partecipare come ADI alla manifestazione del 25 aprile sotto le insegne della Brigata Ebraica.
Solo l'anno scorso però riuscimmo ad avere i fondi per comprare uno striscione degno di tale nome; ed i primi risultati di visibilità, oltre che di dibattito storico, si iniziarono ad intravedere.

Per noi Amici d'Israele era importante qualificarci in maniera diversa: in primo luogo per ricordare gli eroi della Brigata Ebraica ma anche, ed è inutile nasconderlo, per non farci annoverare tra la massa dei manifestanti antiamericani o antisraeliani (o filoarafat, e quindi contro una democrazia palestinese)... Il successo della manifestazione, per il quale dobbiamo ringraziare tutti i partecipanti, è stato però più rilevante dal punto di vista culturale che dal lato delle presenze...Dal lato culturale infatti, siamo riusciti come ADI - in soli 2 anni - ad imporre all'attenzione dei mass-media e del dibattito culturale la questione della Brigata Ebraica. Non solo: se vi soffermate sulla scritta riportata sullo striscione potrete notare la scritta: "Brigata Ebraica. Anche loro, 5.000 sionisti, liberarono l'Italia".
L'utilizzo del termine "sionisti" è stato scelto con cura. Con tale messaggio infatti, abbiamo già voluto introdurre la prossima battaglia culturale: quella dello "sdoganamento" del sionismo. 


lunedì 13 aprile 2015

peggio di un crimine, è un errore

peggio di un crimine, è un errore
Citiamo da Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, per commentare questo manifesto:



In questo manifesto vediamo concentrati tutti gli errori che derivano da una non corretta concezione di classe (Toni Negri et altri).
Parafrasando la nota poesia del pastore Martin Niemöller (erroneamente attribuita a Brecht), si fa un elenco di supposte soggettività resistenti.
Si suppone, quindi, che la somma di differenti categorie in oggettiva contraddizione con l'esistente possa diventare l'agente rivoluzionario che sopprime lo stato di cose presenti.
Le cose, e lo si sa bene, nella realtà non vanno così.
Infatti, quando si va a prendere i migranti, i Rom non ci sono e se si va a prendere i Rom non ci sono i migranti, quando poi si va a prendere queer, gay e lesbiche, non ci sono né i Rom, né i migranti e così via.
Insomma, quel noi di cui si parla non rappresenta la somma di tutti gli altri menzionati (Rom, migranti, gay, autoassegnatari, antifascisti) perché queste categorie non sono solo in contraddizione con gli attuali assetti di potere, ma anche tra di loro.
Quel noi, dunque, è lontano dall'identificarsi con tutti quelli che vengono menzionati e ancor più lontano dal potersi identificare, come si pretende nel finale, nell'intera umanità. 
Già, perché alla fine si riesce a dare un nome al soggetto rivoluzionario che addirittura si identificherebbe con l'umanità.
Eccoci ripiombati in pieno delirio utopistico, al socialismo di Saint-Simon, Owen e Fourier e  all'anarchismo. Siamo alla metà dell'800, o forse più indietro, al cristianesimo delle origini.
Se, infatti, il destinatario del messaggio rivoluzionario è l'umanità in genere, quello che si spera è che le idee buone si impongano su quelle cattive.
Ma la storia si incarica di avvertirci che le cose non funzionano così e che anche se una buona idea, come il cristianesimo, riesce ad imporsi e a divenire patrimonio comune di gran parte dell'umanità, poi la pace e la giustizia non arrivano lo stesso.
Insomma, la lotta non è, come nelle favole e nei film americani, tra buoni e cattivi, ma tra interessi inconciliabili.
Marx ci ha erudito da ormai molto tempo sul fatto che tali interessi contrapposti determinano la lotta incessante delle classi.
La lotta rivoluzionaria, insomma, non è battaglia di idee, o non è solo quello, è soprattutto lotta di classe.
L'elemento centrale e determinante di tale lotta, per l'appunto la classe, è il grande assente di questo manifesto che denuncia così i suoi tratti di volontarismo piccolo-borghese dietro al quale si nasconde spesso, talvolta inconscia, una presunzione di superiorità antropologica che non può avere nessun aspetto progressista.




domenica 1 marzo 2015

L'inopportunista. Triste e ridicola fine di un leader di paese

Claudio Ardizio, esodato e leader della sinistra novarese che guarda a Tsipras, ha preso la parola alla manifestazione di Roma di Salvini e dei fascisti.
Nessuno, in quel frastuono, ha sentito cosa ha detto e se qualcuno l'ha sentito, del suo intervento non ricorda neanche una parola . Di quell'istante che, secondo lui, doveva palesare la sua statura di dirigente nazionale, resta solo una fotografia che lo ritrae in cattiva compagnia.
Talvolta l'opportunismo determina scelte davvero inopportune, tanto che sembrerebbe più appropriato parlare di inopportunismo.
Sconforto, ira e depressione tra i suoi sostenitori novaresi, da poco frustrati dalla defezione di Fonzo, il vicesindaco SEL passato in area PD per un piatto di lenticchie, e da tempo orfani del più illustre prodotto della locale Camera del Lavoro, quel Fausto Bertinotti inghiottito dai velluti dei salotti romani. Adesso sperano in Landini.
E qui sta il punto: quello di una sinistra che sente il bisogno di incarnarsi in un leader, cui fa riscontro la proliferazione di individui che di cotale sinistra credono di essere i leader. 
La biografia di Ardizio è emblematica di questo processo. Ardizio entra nel PCI negli anni del tardo berlinguerismo, quando bastava voler far pagare le tasse a tutti e non calpestare le aiole per sentirsi comunista.
E' con questo bagaglio ideologico da cittadino svizzero che non segue la svolta della Bolognina e approda a Rifondazione. 
Qui, dove c'è gente che non paga il biglietto dell'autobus, si sente a disagio e non si sente tenuto nella giusta considerazione.
Approda così a un caravanserraglio di avventurieri, i Moderati per Bresso, che sgomitano tra loro per un posto retribuito.
Sembrerebbe approdato alla meta finale, giacché moderato lo è sempre stato.
Ma disgraziatamente il ministro Fornero, con improvvido provvedimento, lo colloca, dall'oggi al domani, tra gli esodati.
E' una trasformazione che ha portata ontologica, da ingegnere che ha soggettivamente scelto di stare con gli sfruttati, entra, o crede di entrare, nel campo di chi è oggettivamente sfruttato.
La metamorfosi sociale dà ossigeno e credibilità alle sue mai tramontate ambizioni di avere un ruolo politico. Adesso ha una mission da portare avanti e ci prova, prima con Alba, poi con Ingroia, poi con Tsipras, infine con Salvini.
Sbaglierebbe chi pensa che le ambizioni di Ardizio abbiano un orizzonte per così dire, monetizzabile.
No, lui è sicuro di avere delle buone idee ed è convinto di essere indispensabile per il progresso dell'umanità.
Nel genere umano quasi tutti sono utili, pochissimi sono superflui e nessuno è indispensabile. Resta la questione delle buone idee, il peccato originale della faccenda.
Le buone idee noi le troviamo in quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo. Le desumiamo, cioè da un sistema di informazione che è quasi interamente nelle mani del padrone.
Il fatto che siano diffuse dal padrone non implica che non ci siano in giro idee davvero buone, tutto sta nel trovarle e distinguerle da quelle che buone non sono.
Ne consegue che noi non abbiamo bisogno di una collezione di buone idee, ma di un metodo per distinguerle.
Per i comunisti c'è un ulteriore sforzo da fare, distinguere tra le idee compatibili col proprio esser comunista e quelle che con esso sono coerenti, cioè, in altre parole, tra quello che si può fare e quello che si deve fare.
Compito del partito, intellettuale collettivo, garantire la corretta applicazione del metodo, stabilire la giusta gerarchia delle idee, ridimensionare le ipertrofie dell'io dei militanti.
Al sistema tolemaico dell'intellettuale piccolo borghese, che si sente il centro dell'universo, si deve sostituire il sistema copernicano, in cui tutto ruota attorno al principio della lotta di classe.
Dove non c'è il partito, non c'è né sistema copernicano, né tolemaico, ma un arcipelago di idee che reclamano tutte la propria centralità e autonomia. Qui, a governare i mille capitani di ventura che armano navi corsare, non può che essere il carisma di un grande capo.
Ardizio, culturalmente, è tutt'altro che uno sprovveduto, fa collezione di lauree. Tutte di tipo tecnico-scientifico. Forse, se ne avesse presa anche una di tipo umanistico, avrebbe potuto realizzare che se un intellettuale borghese  decide di rinnegare la propria classe, deve rinnegarla per davvero.
E seguire la regola numero uno: meglio aver torto col partito, che avere ragione contro.
Poi, naturalmente, ci vuole il partito.





venerdì 23 gennaio 2015

Come si fabbrica un terrorista

Alba del 17 settembre del 2000, un automobile della polizia allertata da un vicino, intercetta un furgone che risale la rampa di un garage. Gli agenti intimano l'alt, ma il mezzo prosegue la sua corsa e, incurante di un primo colpo esploso, si dirige contro l'auto della polizia che tenta di sbarrargli la strada.
La polizia spara ancora: tre colpi, poi altri due. Questa volta il furgone si ferma, Ali Rezgui, 19 anni, alla guida del veicolo, è morto sul colpo, sventrato dai proiettili. 
Il complice che gli era seduto accanto riesce a dileguarsi, mentre un terzo è intrappolato all'interno del mezzo, tra le moto rubate. È il diciottenne Amedy Coulibaly, che in un solo attimo ha perduto il suo miglior amico e la libertà.
La notizia non passa sotto silenzio a Grigny, la cittadina dove abitavano i ragazzi: municipio di 27.000 abitanti, comunista da sempre, alle porte di Parigi.
Non si può morire per il furto di un paio di motociclette, roba da 4 mesi di galera, e la polizia avrebbe ben potuto mirare alle ruote del veicolo e non alla pancia di un ragazzo.
L'ira di amici e coetanei esplode e per più notti la polizia deve fronteggiare un riot come si deve.
Ma  Amedy Coulibaly non partecipa al collettivo rito liberatorio, è al suo primo arresto. Ce ne saranno altri.

Settembre 2000, scontri a Grigny
C'è, naturalmente un'inchiesta, che viene regolarmente archiviata un paio di settimane dopo. Coulibaly non è convocato come testimone, bastano i poliziotti a testimoniare sul loro stesso operato.
Molti anni dopo, quando Hayat Boumedienne gli chiederà di farle conoscere i suoi amici, le risponderà che ne ha uno solo, Ali Rezgui.
A vent'anni, malgrado una carriera scolastica accettabile, Coulibaly è uno spostato e nell'età in cui molti dei suoi coetanei di quartiere tentano di mettere la testa a posto, lui alterna la scuola alle rapine.
Dopo una banca di Orleans, rapina due bar di fila a Parigi, ma la doppietta è eccessivamente ardita e Amedy si ritrova a passare sei anni a Fleury-Mèrogis.
 Amedy Coulibaly  nel carcere di  Fleury-Mèrogis
Qui, insieme ad altri quattro detenuti, introdotte clandestinamente due microcineprese, filma per mesi, all'insaputa degli altri carcerati e delle guardie, ciò che avviene nel più grande penitenziario d'Europa. Un crudo documento di denuncia di violenze, carenze igieniche e alimentari e del dominio della legge del più forte.
In quest'ambito concede un'intervista, rigorosamente anonima, a Le Monde.
È lucidamente critico sul sistema carcerario (La prison, c'est la putain de meilleure école de la criminalité) ma lui non è un inerme, ha interiorizzato la loi du fort e sa farsi rispettare. 
All'inizio, quando sono arrivato, mi sono detto, mollo tutto. Ma il tempo passa e adesso dico che me ne fotto di tutto, sono loro che mi hanno fatto sclerare. Come pretendete di insegnare la giustizia con l'ingiustizia?  
Così passa il tempo mantenendosi in forma fisica e giocando con la play station e tra le sbarre impara a fare il boss, facendosi beffe dei secondini, che non riescono mai a prenderlo in castagna con un telefonino abusivo o una dose di droga.
Quelli, allora, gli sequestrano la play station, e non gliela ridaranno più, aggiungendo rabbia alla rabbia (Ils avaient pas le droit. Je l'avais payée 320 euros...).
Chissà se Coulibaly abbia mai accarezzato il progetto di riciclarsi come giornalista. Certo è che quei filmati li cede alla fin fine, e per un buon prezzo a France 2.
Bisogna avere delle riserve, quanto meno per pagare gli avvocati, spiega.
In quel tempo, siamo nel 2005, l'Islam non ha un gran posto nelle sue fantasie, dominate dall'ossessione dei soldi. Le fric, le fric, le fric. Se avessi voluto darne una definizione, avrei utilizzato queste parole - dice uno dei suoi amici - dell'Islam, invece, non ne parlava mai.
Ma la grana, le fric, segna il confine tra chi ha il potere e chi non ce l'ha. La prospettiva di passare la vita in fabbrica, come suo padre, non lo esalta.
Presto anche questo sembra acqua passata: ho fatto una virata di 180° -  spiega alla polizia che lo sospetta di  aver partecipato al tentativo di evasione di Ali Belkacem, autore degli attentati alla RER del '95 - non voglio prendermi una pallottola in testa, come capita a chi non sa dire basta.
E in fabbrica, dopo tutto, ci va, fa il magazziniere alla Coca Cola, 2000/2200 euro al mese, e si è anche sposato, sia pure solo religiosamente, con Hayat Boumedienne, carina, sei anni più giovane.
Il resto è cronaca, sia pure confusa: una conversione all'integralismo e l'avvicinamento alle frange estremiste, tutto sotto lo sguardo vigile, ma assolutamente impotente, delle autorità.

Ma evidentemente, in questa storia manca un passaggio, quello che spiega la trasformazione di un giovane deciso, senza farne alcun mistero, alla carriera criminale (i soldi per pagare gli avvocati...) nel kamikaze islamista che occulta i suoi propositi nella finzione (ho fatto una virata di 180°...).
È un passaggio non da poco perché ipotizza la trasformazione di una personalità istrionica in una personalità paranoide. (salvo tornare, nel gran finale. alla condizione di partenza).
Naturalmente non sappiamo proprio tutto della vita di Amedy e quindi è difficile tentare una spiegazione, ma possiamo provarci con il poco che abbiamo.
Amedy cresce in una banlieue operaia. Le sue prospettive sociali sono, al meglio, fare la vita di suo padre e entrare in fabbrica.
Ma non è suo padre, né soggettivamente, né oggettivamente. Non è, come suo padre, un emigrato dal Mali, ma un ragazzo nato e cresciuto in Francia e a differenza di suo padre, non vivrebbe la condizione operaia nella prospettiva di riscatto sociale sottesa dalla società classista del 900, ma in quella marginalizzante della società individualista del XXI secolo.
La società dei liberi e uguali ha una logica disgiuntiva: o dentro o fuori, o successo o fallimento, o sommerso o salvato. Il ruolo coincide con lo status, le fric.
E alla grana punta, quando ancora va a scuola e modesti grisbì bastano ad attenuare le differenze coi figli di papà.
È in quell'età a cavallo dell'infanzia, in cui ci si sente onnipotenti ed immortali.
Entra crudelmente nell'età adulta quel 17 settembre e scopre che la realtà, a differenza dei videogiochi, non concede vite di riserva.
Le sbarre di Fleury-Mèrogis inghiottiranno anche l'onnipotenza.
Ma qui, forse inconsapevolmente, si inventa un mestiere e produce un documentario che in America avrebbe ottenuto il Pulitzer.
Logico che a questo punto abbia ambito far qualcos'altro, piuttosto che il ladruncolo, avendone dimostrato le capacità. Forse avrà sperato in un'offerta, anzi, l'avrà data per certa.
Ma le corporazioni sono caste chiuse, per il suo lavoro gli offrono quattro soldi, che a lui sembrano tanti.
Aveva cercato soldi, gli hanno dato la galera, voleva un ruolo gli hanno dato soldi.
Accetta, ma con rabbia, reagendo come i bambini bocciati a scuola che, per difendere il proprio io, fingono di infischiarsene dell'istituzione che li rifiuta.
Ma è intelligente e la galera è stata per lui un università, ormai sa benissimo che non è con le rapine che  può cambiare la propria vita. Sa che il rapinatore è il proletario del crimine e che anche in quel mondo infero comandano gli stessi padroni dell'altro.
Le fauci della marginalità, del tirare a campare, a cui aveva cercato di sottrarsi, sacrificando il miglior amico e anni di giovinezza, tornano a spalancarsi per inghiottirlo.
Gli è rimasta solo l'identità: nero e islamico. E a quella si appiglia.
Del resto anche questo gli hanno insegnato, che le uniche identità collettive in cui puoi sentirti meno debole, meno solo e meno inutile sono quelle delle appartenenze di genere e specie. 
Il resto è facile da indovinarsi, l'identificazione (ma sarà una novità?) con la prospettiva di un riscatto che può essere solo ultramondano, il rifiuto totale dei valori di una società che lo ha escluso, la certezza di non aver debiti con la Francia.
Dall'esordio del settembre 2000, al gran finale del gennaio 2015, la personalità di Coulibaly non subisce trasformazioni. Non è  né istrionica, né paranoide, ma quella di un ragazzo sensibile, orgoglioso e ferito.

giovedì 8 gennaio 2015

Un altro libro revisionista e antistorico

Nel mese di novembre ho partecipato a Robecchetto con Induno alla presentazione di un libro dal titolo: “SU QUELLA CHE FU LA RESISTENZA (1943-1948) partigiani e patrioti” i cui autori erano Giuseppe Leoni e Alessandro Maiocchi.

Già dal periodo in cui viene collocata la Resistenza fino al 1948! mi sono venuti dei dubbi, senza dimenticare i due autori: il Maiocchi che si attribuisce una miriade di azioni partigiane senza naturalmente fornire alcuna documentazione, e poi il Leoni noto per aver scritto la tesi di laurea sulla figura del fascista Ezio Maria Gray e un libro “Fascisti, partigiani, repubblichini nel castanese – la seconda linea gotica”.

Un libro, quello presentato, che nel descrivere molti fatti già ben conosciuti e documentati in molti libri scritti da studiosi della Resistenza si sottolinea che la “Resistenza fu Guerra Civile”, che “dopo la Liberazione ci fu una mattanza, non solo di fascisti ma anche di partigiani non comunisti”. Si parla di partigiani e repubblichini “animati da un odio viscerale tale che, cambiato di pelle, è ancora presente nella lotta politica dei nostri giorni”.

Si accusa i partiti della sinistra storica di aver “dato un’interpretazione monumentale della Resistenza impedendo un’analisi storica e i distinguo tra i due antifascismi in campo: liberaldemocratico e comunista”.

Nel dopoguerra si ritorna a parlare delle “stragi rosse” e non manca l’argomento foibe senza minimamente parlare dei crimini fascisti in Jugoslavia durante tutto il periodo della loro dominazione.

Nella bibliografia, si accreditano le falsità di un Pisanò e naturalmente del Pansa.

Il libro in questione si inserisce nel filone del revisionismo storico e che non ha nulla da insegnarci.

Senza dilungarmi oltre chi vuole conoscere la storia, quella vera e non romanzata o usata in senso anticomunista non ha bisogno di questi libri (stampati e sponsorizzati dalla Fondazione dell’industriale Canziani e distribuiti gratuitamente a tutti), basta andare presso gli Istituti Storici o alla Casa della Resistenza.

Personalmente sono intervenuto durante la serata di presentazione contestando l’impostazione, il contenuto antistorico e le finalità dell’operazione, intervento che ha riscosso il sostegno dei compagni delle sezioni ANPI presenti. Va pure ricordato che i due autori, volutamente, non hanno invitato l’ANPI!

Con questa breve nota ho sentito il dovere di segnalare ai compagni antifascisti contenuti e finalità dell’operazione e naturalmente l’inutilità dell’acquisto (c’è chi lo sta proponendo a 25 euro!).



Piero Beldì

Associazione Culturale Stella Alpina

lunedì 29 dicembre 2014

IL COMUNISMO SE N'È ANDATO, DORMITE SOGNI TRANQUILLI, BAMBINI


Vent'anni dopo, 28.10.2009
10 novembre 1989, ore 17.30 circa. Eravamo in casa dello zio materno, gli adulti in una stanza, i bambini nell'altra. Tassativamente. "Facciamo discorsi da grandi, i bambini non ci devono essere", dicevano. Bambini a chi? Io avevo 15 anni. Ma accettavo questa imposizione, tanto di là mi annoiavo.
Stavo guardando "Il Libro della Giungla", una videocassetta importata dall'estero dai marinai della famiglia (a Burgas in ogni famiglia c'era uno), cercando di capire qualcosa delle conversazioni, visto che erano in inglese.
Ad un certo punto il cartone si è interrotto, non mi ricordo se era stata la sorellina a combinare qualcosa con i tasti, ma vedo che parte il Programma 1 (all'epoca c'erano due canali, 1 e 2) ed una signora molto seria dice che Todor Jivkov ha rassegnato le dimissioni. Le immagini facevano vedere la sala plenaria del congresso del Partito e hanno inquadrato un Jivkov molto, ma molto vecchio e stanco. Almeno a me è sembrato così.
Sono corsa di là a chiamare gli adulti. 
"Todor Jivkov ha rassegnato le dimissioni!" - ho urlato.
"Ma dai, figurati, non avrai capito" - in risposta.
"Venite di là a vedere".
Hanno ascoltato la TV, si sono ammutoliti. Poi sono tornati di là.
Nelle settimane successive nell'aria si sentiva soprattutto l'incertezza. Ma sarà vero? E' finita? Cosa succede adesso?
Succedevano un sacco di cose strane, come per esempio guardare il telegiornale. Prima di 10 novembre a casa non si guardava mai il TG e adesso alle ore 20 correvano tutti a bersi ogni parola che dicevano i presentatori. Le facce in TV erano le stesse, ma gli adulti le guardavano in modo diverso.
Poi hanno dato fuoco alla Casa del Partito a Sofia. La violenza sugli schermi televisivi. E non era un film di guerra.
Un'insegnante che ci aveva obbligati a leggere un noiosissimo libro scritto da un ex partigiano (fuori dal programma scolastico) ha dichiarato in classe: "Ragazzi, voi sapete che io non sono mai stata comunista!" Sì, infatti, e "Nella tempesta si rafforzano le ali" (il nome del libro appunto)?
L'8 dicembre era la festa del mio rinomato liceo da centro città: ogni anno la scuola teneva a farsi vedere in quell'occasione, si dedicava tanto tempo per l'organizzazione, di solito si impegnavano diversi insegnanti e tutto era molto solenne. Negli ultimi anni però con l'avvio della perestrojka qualcosa era già cambiato. Non c'erano le solite poesie e canzoni patriottiche, mancava quasi il Partito e l'Unione Sovietica, si poteva fare qualche sketch sugli insegnanti e avanzare qualche timida protesta contro le regole degli adulti. Insomma, la libertà era già nell'aria. Anche se non si sapeva mai fin dove ci si poteva spingere.
Era un'ottima occasione per "rompere le catene" (stavamo giusto studiano Prometeo). Abbiamo impostato un programma dove il Partito veniva preso di mira, accusandolo di aver rubato e impoverito il paese. Ad un mese di distanza dal 10 novembre, non ci hanno permesso di metterlo in atto. Alla prova generale diverse parti del testo furono cancellate. "Per cattivo gusto", ci è stato detto.
Il 19 dicembre finalmente anche a Burgas è stata organizzata la prima manifestazione contro il potere locale, impersonato da un vecchietto al potere da almeno 20 anni. Fischi davanti alla sua abitazione, gente che urlava. A pensarci adesso, mi viene da sorridere. Il presidente del Partito della Regione di Burgas (la più grande numericamente e la più "pesante" industrialmente) abitava in mezzo ai comuni mortali, a due passi dall'abitazione dei miei nonni, in un condominio assolutamente anonimo. L'unica cosa a distinguerlo era la Chaika nera della "tenera" età di 20 anni.
Dopo qualche mese (elezioni, osservatori esteri, accuse di brogli) è iniziato lo sciopero generale a Sofia. La TV apriva e chiudeva le trasmissioni con il LET IT BE dei Beatles. I giornalisti scioperavano contro il partito che naturalmente aveva vinto le elezioni. Anche a Burgas abbiamo manifestato, eravamo tutti indignati, i comunisti avevano truccato le nostre preferenze elettorali. Volevamo riprenderci la possibilità di decidere, ci sentivamo derubati dai nostri vecchi che avevano sopportato per troppo tempo lo status quo.
No ai privilegi! No alla burocrazia! No all'ipocrisia! No ai divieti!
Si alla libertà, si alle pari opportunità, si al futuro!
Siamo giovani, siamo intelligenti, il mondo ci appartiene!
("Settembre sarà maggio, la vita sarà un paradiso, sarà!" se non fosse stata scritta da un comunista, la poesia sarebbe calzata a meraviglia ai nostri sentimenti di quei giorni.)
"Il comunismo se n'è andato, dormite sogni tranquilli, bambini!" Era un motivo ricorrente di una canzone che ci martellava tutto il giorno.
Mi sentivo forte anche io, ce l'avevo con tutti quelli che avevano votato per i comunisti, ma non solo le ultime elezioni, anche quelle del referendum del 1946.
In quei giorni ho chiesto a mia nonna: "Ma tu al referendum del 1946 hai votato per la repubblica oppure per la monarchia?" "Tutti abbiamo votato per la repubblica", mi ha risposto lei, seccata di essere accusata di simpatia per i comunisti. "Tu non sai nemmeno come era prima, non volevamo continuare a vivere come degli animali". 
"Tu per chi hai votato alle ultime elezioni?" ho chiesto accusatoria all'altra nonna. "Per BKP (il partito comunista bulgaro)". "Ma come, non sei stanca di 40 anni di regime, della mancanza di libertà, dell'impossibilità di viaggiare all'estero?" Mi ha guardato stranita e mi ha risposto: "I comunisti mi hanno permesso di costruirmi una casa di due piani con il cortile. I miei due figli si sono laureati e hanno trovato un buon impiego. Quando sono malata, viene il medico in casa. Prendo la pensione tutti i mesi e se mi va, lavoro un po' la terra, altrimenti compro i pomodori in negozio. Per me questo è stato il comunismo."
E pure io che di lingua ne avevo tanta (dicevano), mi sono zittita.

Autore: Milena Kotseva, Reggio Emilia, 35 anni

giovedì 4 dicembre 2014

Banditi


partigiani e brigatisti, le contraddizioni del pensiero borghese di sinistra

Che importa se ci chiaman banditi
il popolo conosce i suoi figli 

La miseria culturale a sinistra deriva dall'ulteriore semplificazione di un pensiero già fin troppo semplificato. Intendiamo alludere al berlinguerismo, un apparato concettuale che solo marginalmente – sarà meglio dirlo – c'entra qualcosa con Enrico Berlinguer.
È comunque dalla lettura della tematica della questione morale, coniugata con la pratica dei governi di solidarietà nazionale, che è nata l'ottica perversa che identifica la democrazia con la legalità.
L'errore è sin troppo evidente: si dà per scontato che l'insieme di norme giuridiche presenti siano il punto d'approdo perfetto e definitivo e che non possa esserci, in un domani, una diversa legalità, che superi e neghi quella attuale.
Che nel bagaglio di quelli che, allora, si chiamavano ancora comunisti, sia entrata questa concezione hegeliana della fine della storia, la dice lunga sulla malafede intellettuale dei dirigenti dell'ultimo PCI.
Che fossero in malafede è reso ancora più evidente dal fatto che la nuova concezione fu contrabbandata in sordina, perché una svolta palese avrebbe comportato la necessità di una revisione della propria storia.
Anche volendo continuare a ignorare la questione del ruolo di Secchia nel partito del dopoguerra, infatti, non ci si sarebbe potuti esimere dall'esprimersi sulla storia del progresso sociale e democratico della nazione, che non fu, se non marginalmente, storia parlamentare.
Dalla riforma agraria allo statuto dei lavoratori, passando per la lotta al governo Tambroni, la storia delle conquiste democratiche e sociali è difatti storia di lotte di piazza, con utilizzo sistematico e organizzato di pratiche illegali tanto da parte dei partiti popolari (PCI, PSI), quanto della CGIL.
Su questa parte della propria storia (che pure era quella che ne spiegava la crescita) il PCI ormai avviato alla Bolognina, preferì stendere un velo.
Non lo squarciarono i vecchi militanti proletari, avvezzi a ipotizzare una supposta teoria delle due verità di togliattiana memoria, né i giovani borghesi, arruolatisi nel partito sulla base di un equivoco o in forza di un acutissimo fiuto opportunista.
Del resto le stragi di stato, la connivenza di neofascisti e mafie con apparati statali e partiti di governo, la P2, gli scandali finanziari e la corruzione, sembravano disegnare confini tra legalità e illegalità che ricalcavano, grosso modo, i confini precedentemente determinati su base di classe. Questo fu il trucco con cui il cancro ideologico ebbe modo di infiltrarsi, silente, in tutti i tessuti delle organizzazioni politiche e sociali che erano state classiste.
A tanti anni di distanza se ne vede la devastazione.
La maggior parte di quelli che, in buona fede, si sentono ancora uomini e donne di sinistra, compresi quelli che si sono meritoriamente rifiutati di seguire la deriva opportunista che da Occhetto è arrivata fino a Renzi, si sono ridotti a ottusi benpensanti teledipendenti da talk show animati dalla stessa logica dei rotocalchi destinati, fino a non moltissimo tempo fa, alle cameriere.
E, ragionando come quelle, non passa settimana che non raccolgano firme per introdurre un nuovo reato nel codice penale.

Il sequestro di Aldo Moro fu un momento cardine di questa operazione.
Tre anni dopo, la copertura mediatica della tragedia di Vermicino metterà in luce sia le proporzioni inaspettate della pancia emotiva del paese, sia la capacità dei media stessi di estendere la reazione emotiva anche ai settori più razionali della pubblica opinione, pena l'isolamento, se non l'ostracismo, sociale.
Era la chiave per ottenere un nuovo conformismo e questa tecnca doveva già essere ben conosciuta dagli addetti ai lavori.
È lecito pensare che l'informazione giornalistica e televisiva, nei 55 giorni del sequestro Moro, sia stata sotto lo stretto controllo di esperti, anche stranieri, di strategia della comunicazione.
Al ministero degli interni c'è Cossiga, uomo di Gladio, e a Taviani, che di Gladio fu il vero e proprio comandante militare, si indirizza la prima lettera di Aldo Moro.
Sono messaggi trasversali a cui si devono assommare le arcinote pressioni di gruppi economici e finanziari per una svolta autoritaria e la necessità di seppellire definitivamente il cumulo delle tante porcherie su cui Pasolini aveva cercato di alzare il coperchio.
C'è, dunque, nell'aria una miscela esplosiva e si possono creare nel paese le condizioni psicologiche favorevoli a una soluzione autoritaria. Anche i movimenti dei servizi di intelligence sono ben poco rassicuranti.
Il PCI corre ai ripari.
L'incidente di Vermicino metterà a nudo la fragilità morale della nazione, ma mostrerà anche come il paese riconosca in Sandro Pertini il simbolo della propria unità. Anche la straordinaria popolarità di Pertini è un fatto noto. 
Berlinguer decide di cavalcare la tigre, la forza del PCI è il nerbo del fronte della fermezza e Pertini ne è il capo. La destra è così fuori gioco.
Il buon Bulow è inviato a fare il giro dell'ANPI, per richiamare i partigiani all'ordine e invitarli perentoriamente a rompere ogni contatto residuo con le BR con le quali, almeno fino al sequestro Sossi, hanno avuto, se non collusioni, simpatie.

Qui c'è il grande divorzio dall'illegalità.
Ma, come si può desumere dalla stringata cronaca precedente, si fa cordone sanitario rispetto a un gruppo che si presta oggettivamente alla provocazione.
Nell'immaginario collettivo di molta sinistra, però, le BR passano velocemente dalla critica oggettivante (compagni che sbagliano), alla condanna soggettivante (delinquenti).
Anche in questo caso, si è cercato di spiegare il cambiamento dell'atteggiamento sulla base dello sdegno emotivo suscitato dalla uccisione di Guido Rossa, sei mesi dopo quella di Moro.
Ma è una spiegazione che non regge e che scambia la causa con l'effetto. Il fatto stesso che Rossa vada a denunciare i suoi compagni di lavoro che fanno circolare materiale delle BR, dimostra che per lui, attivista del partito e del sindacato, le BR sono già una banda di delinquenti.
Il fatto è che, in quei sei mesi, gli elementi anticomunisti da tempo infiltrati nel PCI, che sono tanti e in ottime posizioni, hanno approfittato della mossa tattica di Berlinguer per prendere in mano le redini del partito. La loro forza è ormai tale che, l'anno successivo, non esiteranno a boicottare, senza nascondersi troppo, la linea del leader rispetto alla durissima, e decisiva, vertenza Fiat.

Quella condanna sembra diventata definitiva e guai ad accostare i partigiani alle BR. Sono il diavolo e l'acquasanta.
A determinare l'orizzonte manicheo, l'idea piuttosto ingenua che i partigiani, a differenza delle BR, abbiano agito sulla base di un'idea evidentissima e indubitabile, condivisa dall'intera nazione, un pugno di degenerati a parte.
Fortunatamente, queste circostanze evidentissime che indicano la retta via, generalmente nella storia non accadono, e le rare volte che vi hanno figurato sono servite per abbrustolire streghe, o deportare ebrei, o gasare i Rosemberg.
Non fu la maturazione della coscienza antifascista a determinare la Resistenza, è vero il contrario: fu la Resistenza a far maturare la coscienza antifascista.
La gran massa di chi salì in montagna, vi andò per sfuggire alla leva di Salò. La prima idea fu nascondersi, la seconda che non ci si poteva nascondere senza combattere.
Fu proprio questo il merito delle avanguardie comuniste, trasformare la contraddizione immediata di chi non voleva andare in guerra, in contraddizione politica prima e in contraddizione di classe poi. La famosa linea di massa.
Ed è proprio questa la critica che dobbiamo fare alle BR, aver fallito la linea di massa cercando di fare un salto brusco dalla contraddizione oggettiva di classe alla scelta ideale. Sono quindi imputabili di volontarismo, cioè di aver agito sulla base di un ordine di idee abbastanza borghese.
Cosa che non ha niente a che fare con la delinquenza, sia chiaro.
Ma se i comunisti possono avanzare questa critica, la sinistra borghese non può farlo.
Essi si mossero, indignati come voi e un po' illuministi come voi, per reagire nell'Italia di Piazza Fontana e dell'Italicus, nell'Italia dei servizi deviati collusi con i colonnelli greci, nell'Italia di Sindona e Calvi, nell'Italia dei picchiatori fascisti a braccetto con i ministri democristiani, nell'Italia della massoneria e della mafia, nell'Italia in cui un padre di famiglia era volato dalla finestra della questura...
Per voi, dovrebbero essere degli eroi.