Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani (Antonio Gramsci)

lunedì 14 giugno 2021

PERSICHETTI E' DA IMBAVAGLIARE E DUNQUE FACCIAMO PARLARE PERSICHETTI 1

 Da oggi ritrasmetto i post di INSORGENZE.

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.

La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.

L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.

Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.

venerdì 12 giugno 2015

Vostra eccellenza

La mediocrità borghese del primo della classe o del capufficio si spaccia, in questo disgraziato paese, per eccellenza.
Stereotipo di questa categoria di dottissimi idioti è, il tuttora inutilmente vivente professor Mario Monti.
Questo pezzo di cretino, un modesto contabile servo di volontà altrui, è stato dipinto, da una stampa ancor più servile e prona, come una specie di genio e salvatore della patria.
In realtà il laido personaggio, digiuno dei più elementari rudimenti di dottrina politica, e animato unicamente dalla volontà di servire gli interessi del capitale finanziario, non ne ha imbroccata una.

  • i suoi provvedimenti sulle pensioni sono stati dichiarati incostituzionali
  • analogamente appare incostituzionale il blocco dei contratti del pubblico impiego
  • sono invece invece contrari alla normativa europea i suoi provvedimenti tesi a rendere la banca obbligatoria per tutti, spacciati per norme antiriciclaggio (che in nessun modo servirebbero a contrastarlo).  
Fior di istituzioni gli hanno dato dunque la patente di cretino e di mascalzone che si è meritata. Ma noi continuiamo a tenercelo come senatore a vita.
Andrebbe linciato.

venerdì 1 maggio 2015

Potenza dell'impotenza


Un effetto l'hanno ottenuto, quello di legittimare, nel senso comune generale, l'aberrante dichiarazione di Alfano che ha testualmente detto che molti delinquenti sono stati preventivamente fermati, con ciò facendo piazza pulita non solo del garantismo puntualmente assicurato alla malavita di stato, ma anche delle più elementari norme di diritto che escluderebbero che si possa essere delinquenti prima di delinquere. Questa generalizzazione preventiva potrà essere estesa a chiunque e non si mancherà di farlo.
Ma il punto, ovviamente non è questo, ma la semplice constatazione che qualcuno si ostina a alzare i livelli di scontro a prescindere dai rapporti di forza concreti.
Il proletariato non può adottare la tattica militare della sua controparte senza andare incontro a una sconfitta certa.
Non occorre essere von Clausewitz per comprendere che nello spostamento di reparti da un capo all'altro della penisola, a seconda delle necessità, lo stato è vincente su qualsivoglia organizzazione di black block.
Il proletariato non vince con truppe aviotrasportate, ma con il controllo permanente del territorio che passa attraverso la costruzione di una rete di sostegno e solidarietà per la quale è necessario un paziente lavoro politico di lunga lena.
Senza questo, le volatili vittorie di qualche radiosa giornata non possono che ritorcersi puntualmente sugli strati popolari, non solo per l'aumento in ragione geometrica della inevitabile repressione, ma soprattutto per la totale messa in mora di ogni loro ragione, sopraffatta dall'egemonia dell'avversario anche all'interno della classe stessa.

Detto questo, non si può non convenire che l'associazione del tema della fame nel mondo con le vetrine expo delle multinazionali costituisce una provocazione grave.
Diciamo di più, questo indegno festival dell'ipocrisia è la riproposizione, fuori tempo massimo, di una dottrina che pensavamo in ritirata e che invece torna all'attacco, quella per cui bisogna riempire ben bene il piatto dei ricchi perché i poveri possano nutrirsi delle briciole che ne cadono.  
Perfino il messaggio del papa per l'inaugurazione dell'Expo sembra ammiccare a questa nefanda teoria di cui, in futuro, dovremo vergognarci come di Auschwitz.
La misura della ributtante ipocrisia che c'è dietro tutto questo, ce la fornisce Pisapia, supposta voce della Milano democratica, che esterna indignazione davanti alla Scala, mentre dietro le sue spalle sfila ingioiellata e in ghingheri la crema di Milano e dell'Italia, decisa, per combattere la fame del mondo, al sacrificio di assistere alla Turandot, sfoggiando toilettes costose come l'intero PIL del Burkina Fasu.
Comprendiamo dunque benissimo, ma senza giustificarlo, che si possa essere indotti a rispondere con un'esplosione di violenza che è, però, implicita ed evidente ammissione di impotenza politica e modesto risarcimento simbolico di una sconfitta vissuta come irreversibile.
Ma la sconfitta non è irreversibile se si avrà l'avvertenza di non prendere scorciatoie e costruire il solo strumento che potrà organizzare e condurre la lotta definitiva e finale di una classe contro l'altra: il Partito Comunista.


domenica 26 aprile 2015

La verità sulla brigata ebraica

Sul treno, verso la manifestazione del 25 aprile.
Due signore, due file più avanti, ci stanno andando anche loro, parlano della Brigata Ebraica, in relazione alle polemiche anticipate dalla stampa, e dal tenore del loro colloquio, comprendo che sono convinte che sia stata una brigata partigiana formata da ebrei.

Non è così, era un unità militare del corpo di spedizione britannico e venne istituito nel settembre del 1944 dopo una lunga trattativa fra i rappresentanti del movimento sionista, l’Agenzia sionista e il governo britannico, presieduto dal 1940 da Winston Churchill, governo inizialmente non favorevole alla costituzione di una unità militare esclusivamente ebraica. Fu ufficialmente chiamata Jewish Infantry Brigade Group.
La Brigata sionista non comprendeva ebrei italiani, essendosi costituita nella Palestina del mandato britannico. Ne facevano parte ebrei provenienti dalla Palestina storica che sarebbe poi diventata l’attuale Israele e di ebrei  provenienti da altri paesi del Commonwealth britannico, Canada, Australia, Sud Africa e di ebrei di origine polacca e russa. 
Mi intrometto e spiego. Faccio notare, anche, che è l'unica unità, delle tante dell'armata alleata, che partecipa alla sfilata.
Restano interdette, ma hanno una risposta di riserva: Comunque, se hanno sempre partecipato alla manifestazione, hanno diritto di venirci ancora.
Le disilludo, la Brigata Ebraica partecipa alla manifestazione solo dal 2004, data in cui si suppone che la maggior parte dei suoi componenti fosse ormai estinta. Le invito a riflettere sulle probabili ragioni politiche di questa scelta estemporanea. 
Ma invano, il circuito mentale Auschwitz/Ebrei esclude quello Palestina/Israele.
Ma sulle ragioni politiche lascio la parola all'Associazione amici d'Israele:
Il 25 aprile 2004 è una giornata che noi soci ADI stenteremo a dimenticare. Da anni eravamo stanchi di partecipare (come singoli individui) ai festeggiamenti della Liberazione circondati da bandiere palestinesi. Due anni fa poi, il nostro Segretario Generale Davide Romano lanciò l'idea, subito accolta, di partecipare come ADI alla manifestazione del 25 aprile sotto le insegne della Brigata Ebraica.
Solo l'anno scorso però riuscimmo ad avere i fondi per comprare uno striscione degno di tale nome; ed i primi risultati di visibilità, oltre che di dibattito storico, si iniziarono ad intravedere.

Per noi Amici d'Israele era importante qualificarci in maniera diversa: in primo luogo per ricordare gli eroi della Brigata Ebraica ma anche, ed è inutile nasconderlo, per non farci annoverare tra la massa dei manifestanti antiamericani o antisraeliani (o filoarafat, e quindi contro una democrazia palestinese)... Il successo della manifestazione, per il quale dobbiamo ringraziare tutti i partecipanti, è stato però più rilevante dal punto di vista culturale che dal lato delle presenze...Dal lato culturale infatti, siamo riusciti come ADI - in soli 2 anni - ad imporre all'attenzione dei mass-media e del dibattito culturale la questione della Brigata Ebraica. Non solo: se vi soffermate sulla scritta riportata sullo striscione potrete notare la scritta: "Brigata Ebraica. Anche loro, 5.000 sionisti, liberarono l'Italia".
L'utilizzo del termine "sionisti" è stato scelto con cura. Con tale messaggio infatti, abbiamo già voluto introdurre la prossima battaglia culturale: quella dello "sdoganamento" del sionismo. 


lunedì 13 aprile 2015

peggio di un crimine, è un errore

peggio di un crimine, è un errore
Citiamo da Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, per commentare questo manifesto:



In questo manifesto vediamo concentrati tutti gli errori che derivano da una non corretta concezione di classe (Toni Negri et altri).
Parafrasando la nota poesia del pastore Martin Niemöller (erroneamente attribuita a Brecht), si fa un elenco di supposte soggettività resistenti.
Si suppone, quindi, che la somma di differenti categorie in oggettiva contraddizione con l'esistente possa diventare l'agente rivoluzionario che sopprime lo stato di cose presenti.
Le cose, e lo si sa bene, nella realtà non vanno così.
Infatti, quando si va a prendere i migranti, i Rom non ci sono e se si va a prendere i Rom non ci sono i migranti, quando poi si va a prendere queer, gay e lesbiche, non ci sono né i Rom, né i migranti e così via.
Insomma, quel noi di cui si parla non rappresenta la somma di tutti gli altri menzionati (Rom, migranti, gay, autoassegnatari, antifascisti) perché queste categorie non sono solo in contraddizione con gli attuali assetti di potere, ma anche tra di loro.
Quel noi, dunque, è lontano dall'identificarsi con tutti quelli che vengono menzionati e ancor più lontano dal potersi identificare, come si pretende nel finale, nell'intera umanità. 
Già, perché alla fine si riesce a dare un nome al soggetto rivoluzionario che addirittura si identificherebbe con l'umanità.
Eccoci ripiombati in pieno delirio utopistico, al socialismo di Saint-Simon, Owen e Fourier e  all'anarchismo. Siamo alla metà dell'800, o forse più indietro, al cristianesimo delle origini.
Se, infatti, il destinatario del messaggio rivoluzionario è l'umanità in genere, quello che si spera è che le idee buone si impongano su quelle cattive.
Ma la storia si incarica di avvertirci che le cose non funzionano così e che anche se una buona idea, come il cristianesimo, riesce ad imporsi e a divenire patrimonio comune di gran parte dell'umanità, poi la pace e la giustizia non arrivano lo stesso.
Insomma, la lotta non è, come nelle favole e nei film americani, tra buoni e cattivi, ma tra interessi inconciliabili.
Marx ci ha erudito da ormai molto tempo sul fatto che tali interessi contrapposti determinano la lotta incessante delle classi.
La lotta rivoluzionaria, insomma, non è battaglia di idee, o non è solo quello, è soprattutto lotta di classe.
L'elemento centrale e determinante di tale lotta, per l'appunto la classe, è il grande assente di questo manifesto che denuncia così i suoi tratti di volontarismo piccolo-borghese dietro al quale si nasconde spesso, talvolta inconscia, una presunzione di superiorità antropologica che non può avere nessun aspetto progressista.




domenica 1 marzo 2015

L'inopportunista. Triste e ridicola fine di un leader di paese

Claudio Ardizio, esodato e leader della sinistra novarese che guarda a Tsipras, ha preso la parola alla manifestazione di Roma di Salvini e dei fascisti.
Nessuno, in quel frastuono, ha sentito cosa ha detto e se qualcuno l'ha sentito, del suo intervento non ricorda neanche una parola . Di quell'istante che, secondo lui, doveva palesare la sua statura di dirigente nazionale, resta solo una fotografia che lo ritrae in cattiva compagnia.
Talvolta l'opportunismo determina scelte davvero inopportune, tanto che sembrerebbe più appropriato parlare di inopportunismo.
Sconforto, ira e depressione tra i suoi sostenitori novaresi, da poco frustrati dalla defezione di Fonzo, il vicesindaco SEL passato in area PD per un piatto di lenticchie, e da tempo orfani del più illustre prodotto della locale Camera del Lavoro, quel Fausto Bertinotti inghiottito dai velluti dei salotti romani. Adesso sperano in Landini.
E qui sta il punto: quello di una sinistra che sente il bisogno di incarnarsi in un leader, cui fa riscontro la proliferazione di individui che di cotale sinistra credono di essere i leader. 
La biografia di Ardizio è emblematica di questo processo. Ardizio entra nel PCI negli anni del tardo berlinguerismo, quando bastava voler far pagare le tasse a tutti e non calpestare le aiole per sentirsi comunista.
E' con questo bagaglio ideologico da cittadino svizzero che non segue la svolta della Bolognina e approda a Rifondazione. 
Qui, dove c'è gente che non paga il biglietto dell'autobus, si sente a disagio e non si sente tenuto nella giusta considerazione.
Approda così a un caravanserraglio di avventurieri, i Moderati per Bresso, che sgomitano tra loro per un posto retribuito.
Sembrerebbe approdato alla meta finale, giacché moderato lo è sempre stato.
Ma disgraziatamente il ministro Fornero, con improvvido provvedimento, lo colloca, dall'oggi al domani, tra gli esodati.
E' una trasformazione che ha portata ontologica, da ingegnere che ha soggettivamente scelto di stare con gli sfruttati, entra, o crede di entrare, nel campo di chi è oggettivamente sfruttato.
La metamorfosi sociale dà ossigeno e credibilità alle sue mai tramontate ambizioni di avere un ruolo politico. Adesso ha una mission da portare avanti e ci prova, prima con Alba, poi con Ingroia, poi con Tsipras, infine con Salvini.
Sbaglierebbe chi pensa che le ambizioni di Ardizio abbiano un orizzonte per così dire, monetizzabile.
No, lui è sicuro di avere delle buone idee ed è convinto di essere indispensabile per il progresso dell'umanità.
Nel genere umano quasi tutti sono utili, pochissimi sono superflui e nessuno è indispensabile. Resta la questione delle buone idee, il peccato originale della faccenda.
Le buone idee noi le troviamo in quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo. Le desumiamo, cioè da un sistema di informazione che è quasi interamente nelle mani del padrone.
Il fatto che siano diffuse dal padrone non implica che non ci siano in giro idee davvero buone, tutto sta nel trovarle e distinguerle da quelle che buone non sono.
Ne consegue che noi non abbiamo bisogno di una collezione di buone idee, ma di un metodo per distinguerle.
Per i comunisti c'è un ulteriore sforzo da fare, distinguere tra le idee compatibili col proprio esser comunista e quelle che con esso sono coerenti, cioè, in altre parole, tra quello che si può fare e quello che si deve fare.
Compito del partito, intellettuale collettivo, garantire la corretta applicazione del metodo, stabilire la giusta gerarchia delle idee, ridimensionare le ipertrofie dell'io dei militanti.
Al sistema tolemaico dell'intellettuale piccolo borghese, che si sente il centro dell'universo, si deve sostituire il sistema copernicano, in cui tutto ruota attorno al principio della lotta di classe.
Dove non c'è il partito, non c'è né sistema copernicano, né tolemaico, ma un arcipelago di idee che reclamano tutte la propria centralità e autonomia. Qui, a governare i mille capitani di ventura che armano navi corsare, non può che essere il carisma di un grande capo.
Ardizio, culturalmente, è tutt'altro che uno sprovveduto, fa collezione di lauree. Tutte di tipo tecnico-scientifico. Forse, se ne avesse presa anche una di tipo umanistico, avrebbe potuto realizzare che se un intellettuale borghese  decide di rinnegare la propria classe, deve rinnegarla per davvero.
E seguire la regola numero uno: meglio aver torto col partito, che avere ragione contro.
Poi, naturalmente, ci vuole il partito.